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visitato *loading* volte
oggi, boccheggiamento pomeridiano,
in una macchina a dir poco rovente
canto stanco ma potente,
strascicato ma sentito.
e non sentito solo da me,
ma anche dai vicini di coda,
dal momento che i finestrini erano abbassati e urlavo come un asino.
"hommage à violette nozières" cantata con divertimento,
e giusto per non sembrare supponente,
la canzone precedente era "non succederà più" di claudia mori
e la cantavo con la stessa convinzione.
claudia come demetrio?
tutto può essere con questo caldo.
sembra sempre che la gente abbia capito tutto della vita.
per questo esigo sempre spiegazioni.
"Registravamo in un piccolo hotel di Atlanta e davamo ai cantanti un dollaro al giorno per mangiare e per pagarsi la stanza in un altro piccolo albergo.
Poi trascorrevamo la notte passando da una stanza all’altra, dove i cantanti aspettavano, e decidendo chi fra loro preferire e scegliere fra le canzoni che sapevano.
Non potevi proporre tu canzoni perché non erano in grado di impararle, il loro repertorio consisteva in otto o dieci brani che eseguivano bene ma che era tutto ciò che sapevano.
Così una volta scelti i pezzi migliori del repertorio di un uomo, avevi concluso con lui come artista. Questo era tutto ciò che si poteva fare, un lavoro di selezione di ciò che di meglio c’era.
Potevi ottenere due pezzi o sette, otto, però tutto avveniva in quel preciso momento, in quella stanza.
Li salutavi e loro tornavano a casa. Avevano fatto un disco e per loro ciò era la cosa più vicina a diventare presidente degli Stati Uniti che potessero immaginare."
(Frank Walker)
a caso,
prendo un libro.
a caso,
ne apro una pagina.
a caso,
ne leggo una riga.
"Genova è ricettiva come il ventre di una mignotta..."
(Sergio Bardotti)
senza particolari motivi
e senza apparente significato.
il timore inizia ad esistere
non appena si riesce a dargli un nome.
quindi ti si para davanti,
a gambe larghe,
immobile
di fronte a te,
a scrutarti impunemente.
così che,
anche levando lo sguardo,
tu non possa dimenticarti della sua presenza.
avere pazienza è perdere tempo.
è perdere.
"va beh, pazienza..." e hai perso.
avere il passato in bocca
e non riuscire a decidersi
se mandarlo giù o meno.
anche questo è perdere tempo.
e il tempo rende grati,
graziosi,
gravosi.
il fastidio è un boccone davvero impegnativo da mandar giù,
soprattutto se è un periodo in cui bisogna solo temporeggiare.
riflessione estemporanea:
per fortuna non ho fatto il dams.
almeno posso visitare luoghi in cui
la mia presenza è quantomeno improbabile.
luoghi in cui gli uomini,
come le donne,
vanno in bagno a coppie.
o forse era solo la coca.
quindi muovo piccoli tasselli,
nella speranza (credo ottimisticamente fondata)
che cambi questo recente disegno.
eppure poi mi basta poco,
una frase ovvia ma di una gentilezza rara
o un sorriso,
neanche troppo complice,
ma può bastare.
è stato un po' come prendere una boccata d'aria
dal cavalcavia di una statale affollata.
ora tossisco,
domani ricomincerò da dove ho lasciato.
sestine di gocce,
guardo la pioggia rada appoggiato al muro.
evado incombenze,
maledico il cellulare (di nuovo).
ingoiare il rospo è ancora più difficile se si deve fingere tutt'altro.
essere sordi e ciechi aiuterebbe alle volte,
o forse solo stupidi.
accontentiamoci di complimenti malcelati
o forse solo fraintesi.
sono fastidi passeggeri,
innocui, a mente lucida.
ciononostante il volante incassa l'ennesimo jab.
fortuna che c'è il volume:
"20th century toy, I wanna be your boy..."
ultimamente ricevo sempre messaggi doppi,
quelli che non rientrano nei canonici 160 caratteri.
beh, è un male.
in linea di massima,
se si usa un messaggio per qualcosa che non rientra nei caratteri
vuol dire che sarebbe bene dire quella cosa a voce.
e invece no.
i suddetti messaggi arrivano sempre col buio,
arrivano tardi,
quando i negroni sono già andati
e la benevolenza è solo un ricordo.
per questo
non trovo niente di meglio
che scrivere qui,
invece che rispondere.
il parabrezza ha segni di tergicristalli sporchi.
il sole si riflette insistente nei solchi.
non che il rumore fosse assordante,
ma continuo e lamentoso.
decido di abbassare il volume.
ma l'autoradio era spenta.
schizofrenia.
alle volte sembra quasi di poterla accarezzare,
come se fosse interessante.
caricare e scaricare non fa per me.
l'assenza di una benchè minima preparazione atletica
alla lunga mostra la corda.
cancelli automatici (ma non del tutto),
rotelle inutili,
gradini troppo alti,
cavi che intralciano.
posticipare gli impulsi,
per vederne la reale dimensione.
ci sono sere in cui gli interrogativi sono pesanti nuvole
e gravano sulla testa d'ognuno allo stesso modo,
o almeno così pare.
avrei nostalgia del tuo stretto cappotto?
mattinata iperglicemica.
ma col sorriso,
devo ammetterlo.
un pomeriggio di freddo secco.
l'asfalto arido come il deserto.
potrebbe dare ispirazione a occhi abituati a bere.
purtroppo non per me,
ho occhi troppo sottili.
mia nonna sente poco e forse anche io.
non ha bisogno di sentir "salire" il caffè.
sente il tempo.
io invece,
gioco coi tempi,
li mischio,
ma il risultato rimane lo stesso.
insensato.
"me ne frego di dio, me ne frego del demonio,
me ne frego dei sacramenti, me ne frego di te!"
metto ordine,
o almeno ci provo.
mattinata intensa,
ci voleva.
piove (governo ladro).
varco la soglia
e nelle mie cuffie c'è luigi tenco.
decisamente di un altro tempo rispetto agli astanti.
il mio cielo è greve,
il mio sorriso è lieve.
subito dopo la sbandata.
apro la portiera,
guardo l'erba che mi circonda,
erba alta,
in attesa delle cure di qualcuno.
mi permetto di sentirmi al sicuro e salvo,
potrei anche sbagliarmi (e questo è il bello)
ma spero di aver ragione.
ascolto musica inconfessabile,
e non provo vergogna.
nel buio.
pedalo.
sembro un rapinatore d'altri tempi,
peccato non avere un passamontagna.
nero, che domande.
nessuna luce,
solo il rantolo a segnalare la mia presenza.
alla fine doveva capitare,
se c'è sempre una seconda volta,
la prima è un passaggio obbligato.
forse era solo per spazzare via quella polvere,
su cui ormai mi ero abituato a disegnare.
piccole figure, dalla vita brevissima.
riempivano attimi, pomeriggi, serate,
e poi svanivano, nel grigiore che mi è tipico.
ciò non significa che sia cambiato qualcosa,
anzi.
ma mi riservo di attendere.
parole sentite troppe volte per emozionare.
un po' come la favola di "al lupo al lupo".
il lupo, se esiste, non fa più paura.
reiterare la finzione può farla diventare realtà.
baciare la propria insensibilità.
non provare niente.
assolutamente niente.
se non paura.
nessuna parola,
solo un sorriso.
ritorna l'immagine dell'imbuto (anche se non era proprio l'imbuto)
fatto sta che di bocconi, di stralci ce ne sono.
ma mai niente di finito,
si blocca tutto troppo presto.
rimedio.
comincio quindi con una tartare di futilità,
il resto verrà riscaldato poi.
andare a dormire frettolosamente
e svegliarsi più tardi possibile.
l'illusione di allontanarsi,
per poi svegliarsi ancora impigliati nelle proprie parole.
ritiro la macchina.
alzo gli occhi,
c'è ancora lei.
piena e luminosissima.
eppure mi sembra passato così poco,
ancora la luce,
ancora le ombre,
ancora le mie ombre.
sarà,
i miei guardano fuori dalla finestra,
ognuno la sua.
peccato che una coltre di nebbia impedisca di apprezzare appieno il banale paesaggio.
banale non vuol dire che non ci si possa affezionare.
io preparo loro il caffè,
fregandomi le mani.
rubare un bacio al tempo.
è stato giusto un attimo,
un sentore.
non c'è brivido in ciò che è dovuto
e peccato sia durato così poco.
spesso (ma si potrebbe azzardare anche un sempre)
chi ride
ha come interlocutore
qualcuno più triste di sè.
"...ma nieeenteee canzooooni d'amoooor..."
ho preso un quaderno nuovo,
che la copertina diversa mi possa ispirare.
ho scelto un foglio bianco,
che abbia tutto lo spazio per scrivere.
...peccato che abbia perso le idee.
"Potrebbe essere peggio, potrebbe piovere!"
(Igor "Aigor")
e mi fa notare un'imbarcazione che sembra stia andando alla deriva.
forse solo per avvertirmi per tempo,
mica di lasciarla andar via così.
difficile aprirsi un varco nell'intonaco,
ma cominciare con una crepa dà una discreta soddisfazione,
poco importa che il muro sembri cadere,
bisogna starci sotto.
ultimamente do pugni al volante,
strano, non l'avevo mai fatto.
anche oggi l'ho colpito,
quindi ho alzato il volume
"in dolce solitudineee...".
nulla di grave,
ma il pomeriggio poteva andare meglio.
forse è bastata anche solo una frase,
neanche troppo seriosa,
a farmi realizzare di essere quasi sul bordo.
e qui,
solo terra che piove giù.
una domanda,
ovvia,
dovuta,
concreta:
tutto qui?
alle volte non capisco.
(a dirla tutta non capisco. mai.)
io mi sveglio con il mal di testa,
passo tutta la mattina in sua compagnia.
a pranzo,
mangia dal mio piatto e parlotta con l'abbiocco,
i due se la intendono
e sembrano ridere di me.
non appena l'ingombrante ospite leva il disturbo,
sembra che subito cominci a lavorare per farlo tornare
e chiedo solo una cosa al campari:
perchè?
forse riesce a guardarmi davvero dentro.
senza ritegno,
mette soggezione.
un languido sassofono,
per antonomasia.
scheggia la superficie delle convinzioni,
instillando strani dubbi.
pensieroso esco dalla macchina,
alzo gli occhi,
dico una cosa:
e senza vergogna.
basta un attimo,
uno sguardo più attento,
sobbalzo dall'assopimento.
realizzo.
e io non provo niente,
ma niente!!
cambio colore alla parola,
c'è un senso di liberazione in quel grigino insulso.
potrei dire che ci sono 25 modi di dire 35,
ma forse mentirei,
o forse non saprei spiegare il perchè.
poco importa,
mi godo questo breve spazio.
lasciatemelo.
ancora revival,
ancora salette.
conscio di quanto possa essere noioso ascoltare;
ma è davvero bello raccontare.
questa non attutiva rumore,
lo moltiplicava.
l'ho ritrovata oggi,
la forma improbabile,
covo di ragni e polvere.
non ricorda i momenti più belli,
ma sembrava conoscermi più di quanto io volessi ammettere.
inchiostro sbiadito,
foglio ingiallito.
pensiero sfumato.
e d'un tratto,
prima di addormentarmi.
ecco l'identico odore,
il sentore di quella cantina umida
dopo la passione.
solleva risentirlo,
quasi che non passasse il tempo.
...o forse certe cose non sono fatte per cambiare negli anni.
parole a perdere,
in fondo nient'altro che.
per essere sempre uguali a sè stessi bisogna prima essere qualcuno
e mi sembra un buon punto di partenza,
affatto scontato.
c'è stato un tempo in cui non si aveva paura,
non era normale averla.
ora invece il riflesso della lama può dare sicurezza.
forse si inizia ad invecchiare
quando il numero degli abbandoni è di gran lunga maggiore del numero degli inizi.